Beba Stoppani | Wabi Sabi di Beba Stoppani | Quieta e premurosa semplicità

Wabi Sabi

 

Wabi-sabi
Testo di Gigliola Foschi

 

“Penetrando nella foresta non disturba un filo d’erba / Scendendo nell’acqua non causa la più piccola onda”: così – secondo lo Zen – il saggio dovrebbe muoversi nella natura. E proprio con questo passo lieve e sottile, sereno e attento, Beba Stoppani sembra avere camminato fra i pioppeti del Ticino in primavera, quando il tocco leggero del vento smuove appena le erbe e i fiori, accarezza i fragili petali dei papaveri, colti nell’evanescenza del loro abbagliante rossore estivo. Due parole, wabi-sabi, ricorrono in Giappone per descrivere l’atteggiamento di quieta e premurosa semplicità con cui si contemplano gli umili oggetti su cui scorre l’alito del tempo. E appunto “Wabi-Sabi” è il titolo di questo delicato lavoro di Beba Stoppani, che coglie da vicino la fluttuante fragilità di petali ed erbe, fino a farci intrasentire l’incanto del loro sommesso fruscìo. Come se fosse una voce sottile di puro vuoto, un brusìo fatto di Nulla, il respiro lieve del loro rosseggiare e verdeggiare viene evocato dal montaggio stesso delle immagini, che presentano piani leggermente sfalsati, quasi a suggerire una fragilità, l’alitare di una fresca brezza. In questo modo le immagini di “Wabi-Sabi” si trasformano in figure interiori, in un tremolìo della nostra stessa anima, come se venissimo a scoprire che qualcosa dentro di noi sta vibrando all’unisono con loro. E tale procedimento di interiorizzazione lo troviamo anche nel secondo lavoro, “Bosco di San Francesco”, sorta di cammino iniziatico, di discesa nella natura, dove le querce e i lecci della famosa selva in cui si era ritirato il santo, a poco a poco si rivelano sotto forma di respiro cosmico, di fulgida energia vitale che si dischiude all’armonia del mondo.